"Vengo a prenderti" di AnimadellaLupa

Era davvero insolita l’ora che aveva scelto per chiamarmi, lo erano pure le sue parole. Dal suo tono avevo percepito un filo di tristezza e se lo conoscevo bene da lì a poco avrebbe cercato di annegare i suoi pensieri dentro alla prima bottiglia di grappa che avrebbe trovato nella dispensa.
Non trovai saggio perdere tempo a truccarmi, vestirmi, chiamai così al volo un taxi e dopo essermi messa in tasca il cellulare, qualche soldo e le chiavi scesi in strada per aspettarlo.
“Asti 15” davanti al cancello del mio palazzo stava già aspettandomi. Pochi minuti e mi avrebbe portata da lui. Giunta a destinazione suonai più volte al campanello, mentre il taxista aspettava di capire se doveva riportarmi a casa o meno.
Finalmente il tiro al portone arrivò. Presi l’ascensore e nel salire mi chiesi come avrebbe interpretato il mio gesto, ma per le paranoie era già troppo tardi, eccomi infatti ferma al piano. La porta si aprì e mi ritrovai lui davanti con lo sguardo tristissimo, un po’ ondeggiante per via del bere. “Ma che ci fai qui?” risposi con un abbraccio e chiudendo la porta alle mie spalle. “Ma tu non chiedi chi è al citofono?” le dissi ridendo.
“E’ normale per te ricevere qualcuno alle due di notte?”
mentre stavo chiedendogli questo - il campanello suonò nuovamente. Lo guardai stranita, elaborando che forse la mia illazione non era stata tra le più appropriate.
Senza chiedere chi fosse diede il tiro, mentre mi consigliava di togliermi il capotto e andare a preparare un caffè. La porta dell’ascensore si aprì. Era una donna, una donna da marciapiede.
Lui uscì muto sulla porta, mise tra le sue mani dei soldi e senza troppe traversie le fece comprendere che aveva cambiato idea. Richiuse la porta facendo finta di nulla, pur sapendo che avevo compreso.
Sul tavolo nel salotto trovai aperto un album di vecchie foto, iniziai a sfogliarle, indicando chi non conoscevo e chiedendogli spiegazioni, essendoci numerose pagine decidemmo così di sederci sul divano e sfogliare quei ricordi comodamente. Lui intanto continuava a versarsi di tanto in tanto qualche sorso di grappa e anche se era più rilassato continuava a trascinarsi quel filo di tristezza che avevo percepito prima al telefono. Mi faceva una tenerezza indescrivibile e istintivamente ogni tanto passavo tra i suoi capelli le mie dita. Non eravamo mai stati per così tanto tempo insieme a parlare di noi. “Vuoi uscire?” mi disse ad un tratto – “ma cosa dici? Non vedi che sono uscita in pigiama!”
Scoppio a ridere, si alzò prendendomi per mano e mi disse “allora non ci rimane che andare a letto!”
Entrando nella sua stanza notai moltissime foto appese al muro, tra queste alcune erano mie, non mi diede il tempo di chiedergli qualcosa, si mise sotto le coperte e mi invitò a raggiungerlo in fretta perché voleva spegnere la luce.
Il buio era assoluto, il suo respiro pesante. Pensai che si fosse addormentato di botto per via della grappa bevuta, rimasi così immobile su di un fianco a pensare e tra le tante cose mi dissi che era la prima volta che condividevamo pure un letto. “Chissà se mi aveva mai amata?” … di certo io lo avevo amato moltissimo e persino per lungo tempo.
“Cosa fai, dormi?” rimasi in silenzio, non volevo percepisse che stavo piangendo, non mi andava di dargli spiegazioni su quel mio stato d’animo.
Ad un tratto la sua mano si appoggiò sul mio fianco, poi delicatamente proseguì accarezzandomi i capelli in tutta la loro lunghezza.
“Che fai, ci provi?” le sue labbra allora si posero sul mio collo, percorsero il mio viso.
Girarmi avrebbe voluto significare “continua” ed io di fare all’amore con i fumi dell’alcool proprio non ne volevo sapere, ne tanto meno mi andava comprendere che al suo risveglio lui se ne fosse dimenticato.
Non era così, senza girarci troppo attorno mi disse “non mi sarei mai aspettato che saresti arrivata di corsa da me e stasera non volevo restare solo per nessun motivo, avevo persino chiamato un’ escort pur di avere una donna al mio fianco, mai avrei creduto che a dividere il mio letto questa notte fossi tu - l’emozione che provo a sentire il calore del tuo corpo a fianco al mio è qualcosa che ho spesso immaginato, ma mai ho pensato che sarebbe potuto prima o poi accadere. Ora sei qui … e perdonami ma non mi va di farmi sfuggire la cosa, voglio amarti e mi piacerebbe se anche per te la cosa fosse la stessa”
Mi girai cercando il suo profilo nel buio, le mie dita cercarono le sue labbra, il suo profilo, i suoi occhi. Occhi umidi come i miei, che non giocavano tra le parole e che per la prima volta non scappavano dai miei. La mia bocca allora si posò sulla sua, iniziai a baciarlo sempre più intensamente, sembrava volessi consumarlo per quanto lo amavo, le sue gambe erano come per incastro perfettamente tra le mie, le sue dita passavano delicatamente tra i miei capelli. In pochi istanti su quel letto non si era più compreso nulla, sembrava la battaglia di caporetto.
L’odore della sua pelle mi aveva sempre fatta impazzire e avvertirla eccitata mi mandava giù di testa. Era alchimia, chimica ermetica che stava esplodendo come irrefrenabile lava di vulcano, ogni movenza elevava i nostri sensi in modo strabiliante e la nostra pelle scivolava una sopra all’altra quasi come a volersi fondere in un unico corpo. Le sue mani curate e delicate andavano ovunque, le mie labbra vellutate ispezionavano ogni angolo di lui, la mia lingua ad ogni tocco sentivo lo liberava della sua malinconia, mentre le sue parole cicatrizzavano rapidamente anni vissuti in attesa di capire se anche lui mi aveva amata. Sul tappeto continuammo ad arrovellarsi e in ogni angolo del suo appartamento lui continuò a possedermi come meglio desiderava, come io stessa avevo sempre spudoratamente immaginato. All’improvviso in quello spazio piccolo c’eravamo solo io e lui, il mondo, le ideologie, i credo erano rimasti fuori, lontani. Sorprendentemente le nostre baruffe erano diventata quiete, i nostri sguardi non si evitavano più ma rincorrevano e i nostri toni di voce sapevano d’amplesso, passione e sentimenti. Le gocce del suo sperma erano perle sparse sul mio corpo, la mia saliva fili d’argento sulla sua pelle. Nulla era rimasto vergine di noi, niente era rimasto intentato … esausti eravamo alle prime luci del giorno crollati sul divano e sotto un plaid restammo a guardarci la televisione, come se tutto quello che era accaduto fosse sempre capitato. Tra le mie braccia finalmente si addormentò come un bambino. Che strano … la bambina tra i due ero sempre stata io! Pareva perfino un peccato muoversi, spostarsi, ma le cose belle prima o poi devono o possono pure finire, scivolai così fuori dalle sue braccia e dopo averlo coperto come si fa con un figlio andai a ricompormi nel bagno, per non spezzare di netto quell’attimo, mi feci un bagno caldo, asciugai i miei capelli, poi richiamai un taxi, dovevo rientrare a casa, in me … dovevo uscire da noi.